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Bozzini (Uila) su Primo Giornale «Tante imprese agricole vivono sul caporalato»

mer 07 ottobre 2020

«La verità è che tante aziende agricole non vogliono seguire le regole. Alcune anche per problemi economici dovuti alla necessaria mancanza di reddito in certi settori dell’agricoltura, ma tante altre semplicemente per sfruttare il caporalato per pagare meno e soprattutto, in nero, i lavoratori».

Non è uno che le manda a dire Giuseppe Bozzini, vicepresidente di Agribi Verona e segretario regionale del comparto alimentare della Uil. Il sindacalista veronese ne ha viste di tutti i colori nella sua attività: «È una situazione che da sempre fa parte del mondo agricolo e che anche oggi, con l’emergenza sanitaria Covid 19 e con i rischi che ne conseguono, continua a far gola a determinati imprenditori agricoli. Anche ora, sia con la vendemmia che con la raccolta delle mele o di altri frutti, tanti si affidano al caporalato, non osservando così nemmeno le misure di contenimento del Covid - denuncia Bozzini -. Con lavoratori che arrivano in auto direttamente dall’Est Europa, senza controlli e poi spariscono letteralmente nelle aziende agricole. Dormono in alloggi dati dalle stesse imprese oppure nei loro furgoni o, i meglio organizzati, sui camper con cui sono arrivati. Lavorano in mezzo ai campi dove nessuno li vede. Finita la raccolta se ne tornano a casa e buona notte.

Diversa, invece, la situazione nel settore del tabacco dove a lavorare per la maggior parte sono marocchini, e dove vi sono aziende grandi e strutturate che le regole cercano di osservarle». «Il progetto promosso già da un anno da Agribi, decollato ancora prima dell’emergenza Covid, punta ad offrire uno strumento semplice alle imprese per uscire da questa zona grigia ed operare alla luce del sole, con un collegamento diretto, controllato, sicuro con la manodopera stagionale - chiarisce il sindacalista -. Il problema è che tanti non lo vogliono utilizzare perché chiaramente si devono pagare le giuste ore e versare all’Inps i contributi per le giornate agricole fatte. E qui casca tutto, con poche aziende, la maggior parte grandi e ben strutturate, che hanno subito aderito al progetto di Agribi per operare in piena sicurezza, con controlli sanitari, orari e stipendi giusti, professionalizzazione del lavoro».

«Certo, tutti sappiamo che per le piccole e medie realtà agricole vi sono delle campagne di raccolta che riguardano prodotti la cui redditività è bassissima se non nulla. Ma cercare di far tornare i conti ricorrendo al caporalato, senza invece puntare ad organizzarsi come settore, uniti e magari con marchi di prodotto, non fa altro che fare il gioco della Grande distribuzione che oggi detta i valori - riprende Bozzini -. Anche la battaglia portata avanti sui voucher da alcune organizzazioni di categoria nasconde, in realtà, questa voglia di sommerso perché il voucher non ha nome, posso prenderne dieci ma far lavorare 50 persone in posti diversi. Se mi arriva un controllo su un campo ho pronti quei 10 voucher ed intanto nel terreno a 1 chilometro di distanza altri 10 lavorano in nero, e così via».

«Per questo - conclude Bozzini - il progetto di incontro tra domanda e offerta messo in piedi da Agribi nel Veronese e che spero si possa sviluppare a livello regionale, è importante. Va contro il caporalato, il sommerso, l’insicurezza. E le aziende agricole devono capire che solo uscendo alla luce del sole ed affrontando i veri problemi, che rimangono prima di tutto dare il giusto valore al lavoro nei campi ed al prodotto finale, possono fare realmente impresa. E rivolgersi con forza al consumatore che quando acquista un prodotto dovrebbe chiedersi cosa ci sta dietro, chi e come l’ha portato su quel banco del supermercato». 

Fonte: Primo Giornale del 07/10/2020 www.primoweb.it • primogiornale@primoweb.it

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